lunedì 17 giugno 2013

Quello che rimane

C'è quello che rimane dopo tutta la guerra. Ed è il senso di appartenenza. La guerra è brutta ma forza l'unione. Per una persona che teme l'abbandono la guerra diventa l'unico modo per trattenere la persona che vuole andarsene.

Un po' come nel sadomaso dove si mettono le manette per gioco e questa messinscena serve semplicemente per far vedere come la persona amata sia nostra, che non vogliamo farla andare via.

Naturalmente c'è gioco e gioco, la guerra del distruttore non è per nulla un gioco, o, meglio, diventa una fantasia nella quale l'avere la forza di lasciare andare la persona equivale a sentire ancora una volta la ferita.

La guerra unisce e quindi si perpetua.

Quello che rimane della ferita della guerra è la voglia di unione, di star vicino, di non sentirsi abbandonati.

martedì 11 giugno 2013

c'è molta sofferenza

Un aspetto collaterale di un percorso di guarigione è vedere quanto le persone attorno stanno soffrendo inconsapevolmente. Più si guarisce e più si vede che c'è sofferenza, che la gente attorno sta male e non lo sa e cerca di proiettare il male all'esterno.

Più il mondo sta male e più il diavolo sembra vero, ma in realtà è solo l'unione dell'inconscio collettivo, la proiezione delle nostre limitazioni.

Un effetto collaterale, dunque, della nostra guarigione è anche quello di essere vaccinati contro l'abuso dell'altro. Se per esempio eravamo delle persone che sfruttavamo le donne, che non le amavamo come persone ma come oggetti, ecco che guarendo cominciamo a vederle per come sono, persone che hanno sofferto, che magari soffrono ancora.

Questo anche per gli amici, il capo, l'amministratore di condominio.

Sono tutte persone che stanno soffrendo, che sono in uno stato addormentato e non lo sanno, prese dai problemi di tutti i giorni, impaurite, deluse, frustrate.

L'effetto collaterale della guarigione è diventare buoni ma ad un livello diverso da prima. Prima di essere guariti pensavamo di essere buoni... ma non lo eravamo, era solo il film che ci proiettavamo in testa.

Successivamente, dopo aver capito quanto abbiamo sbagliato, possiamo accedere ad un diverso tipo di bontà, più empatica e meno razionale.

lunedì 10 giugno 2013

La guerra solitaria

Il ferito nell'anima in realtà non riesce ad avvicinarsi al dolore della ferita originale e fugge. Questo è in pratica il destino karmico delle persone che sembrano sempre avere lo stesso destino, le stesse relazioni, le stesse difficoltà.

Perché non prendono tempo a conoscere il loro limite, non accettano la loro condizione e, così facendo, passano da una situazione all'altra, sperando di trovare quella terra promessa che non è mai stata loro.

Ma la soluzione è capire che quella guerra solitaria è irreale e inutile, perché la guerra non ha altro scopo che nascondere la propria limitatezza, ed anche immaginare una guerra esterna non fa altro che ufficializzare la nostra distanza dal mondo, il nostro rifiuto di credere che, invece, le altre persone possono essere buone, possono avere soltanto un po' di distacco, ma sono buone.

Siamo noi che ci allontaniamo sempre, giudicandole non meritevoli di ciò che ci sembra dovuto, come risarcimento del dolore passato.

sabato 8 giugno 2013

Armature e armati

La guerra del ferito viene trascinata ben oltre l'armistizio; il fatto di avere una possibile vittoria non calma la sete di sangue che è stata innescata in tenera età ed il bimbo che esce vittorioso dalla guerra comunque continua a sentire il suo fascino.

Quando la guerra è reale il bimbo ha la capacità di dare un senso a ciò che vede perché la realtà, anche nelle persone attorno a lui, rispecchia la guerra che esiste in famiglia. Il cibo è razionato, ma anche gli altri bimbi non stanno meglio di lui. La casa è fredda e si sta molto tempo da soli, ma anche gli altri bimbi sono così.

Quando la guerra però è limitata al singolo nucleo familiare il bimbo non può ancorarsi alla realtà. Lui ha il cibo razionato, ma i suoi compagni no. Lui sta da solo, ma gli altri no. Non è ancora presente un senso di ingiustizia, ma il confronto è inevitabile ed in questo confronto il bimbo guerriero ha solo l'arma della de-realizzazione, della farsa in cui, però, è solo un aspetto ad essere messo in ridicolo: ossia la sua esperienza, come fosse un estratto a sorte.

Non è il gioco familiare nella vita è bella. Non è un gioco in cui tutti partecipano e si schianterà dal ridere.

No, è il gioco in cui tu solo sai di dover giocare, l'estratto a sorte come in un gigantesco Truman Show in cui, però, invece di darti una vita nella bambagia, ti è stata data una vita in guerra mentre gli altri, comodi in poltrona, ti guarderanno.

venerdì 7 giugno 2013

secondo a nessuno

Nel definire il nostro ruolo possiamo dire che la nostra unicità è appunto seconda a nessuno, ma non perché siamo meglio di altri, ma perché semplicemente non può esserci secondo in una gara con un solo concorrente.

A meno che questo concorrente, ossia noi, rifiutiamo di partecipare: ossia non essendo noi stessi  Questo è essere secondi a noi stessi.

Ossia aver paura di quello che realmente siamo e del nostro ruolo, mandare avanti invece di noi stessi un avatar, una specie di fantoccio. Questo è il "peccato", forse l'unico peccato che possiamo realmente commettere. Tutti gli altri sono finzioni, i peccati della religione non esistono, o comunque sono perdonabili.

L'unica cosa che nessuno ci può perdonare, nemmeno Lui, è quella di non essere stati noi stessi, perché anche se ci donasse dopo il Paradiso eterno non ci può neppure donare di nuovo questa stessa vita, avere un'altra chance in questo ora che non ritornerà mai.

Anche se ci reincarnassimo saremmo diversi. Insomma... questo è l'unico tempo in cui possiamo essere noi stessi, e volerci bene.

giovedì 6 giugno 2013

Lo specchio

Nell'immagine dentro lo specchio ci sono io, nel mondo che vedono i miei occhi sono sempre io che guardo e quindi il mondo lo vedo attraverso ciò che ho visto prima, ciò che pensavo fosse giusto.

"Cieli nuovi e terra nuova" vengono promessi.

Ma questi cieli sono questi, in realtà la guarigione dona occhi nuovi e tramite questi occhi nuovi si vedono anche cieli e terra nuovi.

Non è l'esterno che cambia, ma sono io, finisco di proiettare la mia incompiutezza e mi vedo completo.

Finisco di proiettare la mia guerra e vedrò pace.

Finisco di proiettare il mio vuoto e vedrò la casa che ho sempre cercato.

Ma per arrivare a questo c'è un attimo di indifesa, l'armatura va tolta e per poco, anche solo un giorno,un mese, un anno (il tempo poi è inesistente) io sarò indifeso, vulnerabile, così credo, agli attacchi.

E' un atto di fede, purtroppo. Non c'è altro che possa cambiare la mia percezione se non un atto di fede e la volontà di farlo. Provo a dare una scaletta, una gradualità, ma alla fin fine la guarigione è sempre istantanea, di questo comincio ad esserne certo.

mercoledì 5 giugno 2013

Andare nel vuoto

Il viaggio verso la propria guarigione avviene dunque entrando sempre di più dentro se stessi, nel vuoto che abbiamo cercato di riempire con ciò che, ora, ci sta facendo del male.

Riconoscere che è stato il vuoto a portarci a questo punto è il passo fondamentale, anche se non si tratta, come spesso diciamo, di incolparci, anzi... il rendersi conto di questo vuoto e della spinta irrazionale e in qualche modo autodistruttiva è il primo passo per capire che in quella situazione non potevamo fare proprio altrimenti ed anzi abbiamo fatto qualcosa di grande perché non ci siamo lasciati prendere totalmente da quel vuoto stesso, altrimenti non saremmo qui a scrivere (o a leggere).

Certo, fanno rabbia, rimpianto, tristezza, tutti gli anni, i soldi le energie sprecate a riempire questo vuoto facendo scelte del tutto inadatte al nostro vero io. Ma questo è quel che c'è ora e se anche c'è voluto un quarto di secolo o più per arrivarci pazienza, questo è quello che si ha.

Più il viaggio è stato lungo più abbiamo accumulato sapere, compassione verso noi stessi e gli altri. Il vuoto è solo concettuale, perché in realtà il vuoto nasce dalla nostra armatura che abbiamo indossato per andare a fare la guerra nel mondo esterno. Per imporre la nostra guerra alle persone attorno a noi.

Questa armatura è ciò che ci ha salvato, forse, in altre vite, da piccoli... forse... ma ora non serve. La possiamo togliere. Ma per toglierla ci vuole il coraggio di dire che questa armatura è ciò che ci ha portato qui, nel bene e nel male. Chiedere scusa, curare chi abbiamo fatto soffrire e chi ha sofferto per altre persone con questa stessa armatura.

Riempire questo vuoto con ciò che abbiamo negato a noi stessi e anche agli altri: la compassione.

martedì 4 giugno 2013

Sofferenza e dolore


C'è una differenza fra la sofferenza emotiva ed il dolore fisico? Sebbene quando stiamo male emotivamente sembra che anche il corpo ne risenta (si dice anche "mi spezzi il cuore"), sono due tipi di sofferenza diversi.

Io credo che la differenza sia semplicemente che nel dolore fisico noi troviamo un rimedio: ti fa male la testa, tenti di fartelo passare, ti fanno male i denti cerchi un dentista, ecc... 

La sofferenza, invece, sembra "infinita", ossia una persona può per scelta continuare a soffrire tutta la vita, il corpo, apparentemente, sopporta.  Un cuore infranto può rimanere infranto per molto tempo. Se un lutto non lo si elabora rimane attivo per anni. Sebbene sia quindi possibile soffrire sempre... sarebbe meglio chiedersi perché lo si fa. 

A questo punto di solito la persona che soffre mi dice: "Io non scelgo di soffrire, io soffro e basta". La risposta è semplice, ma proprio perché semplice può nascondere dei meccanismi di difesa. Ossia... c'è la possibilità che una persona si "glori" della propria sofferenza e la elevi quasi a record personale, come per dire: "ecco, io sono campione ALMENO nella sofferenza".

Sono stato un fallito in tutto, ma almeno nel soffrire nessuno mi batte.

Ecco, nel prendere un po' in giro la sofferenza ecco che tutto si ridimensiona. Di nuovo il pensiero del gioco, del prenderla un po' sul ridere: d'accordo, hai sofferto molto pazienza, riproverai.

lunedì 3 giugno 2013

Povertà e rinunce

Un tipo di cammino spirituale ha sempre cercato di vedere nelle cose materiali degli ostacoli per l'apprendimento. Si dà importanza alla povertà perché sembra che la povertà dia migliori garanzie, come se Dio amasse più i poveri. La famosa battuta del cammello che deve passare per la cruna dell'ago...

Già, ma questo cosa significa? In realtà la ricchezza, come le altre cose di questo mondo è neutrale. Sono i pensieri che si hanno rispetto alla ricchezza che possono in qualche modo generare una accelerazione o un rallentamento nella guarigione.

Forse l'approccio più pratico è quello di considerare prima di tutto la necessità di sostenersi e di non avere debiti o comunque di mettersi in condizione di poterli ripagare. Non è pensabile guarire, meditare, dedicarsi a cose elevate con un mutuo da pagare o altre preoccupazioni materiali.

E' qui che interviene forse il concetto di povertà, nel senso che è più facile guadagnare poco che guadagnare molto, e a parte casi particolari il guadagno è proporzionale al tempo che uno dedica al lavoro... quindi per avere più tempo per cose "spirituali" uno deve lavorare di meno, lavorando di meno deve vivere con meno... ecco che quindi la povertà non è una condizione necessaria, ma la sobrietà sì.

Perché grazie alla frugalità uno può avere più energie per dedicarsi ad altro. Resta il problema che questa sobrietà può avere un valore etico che invece è del tutto assente in un atteggiamento pratico.

Non è che divento povero perché è più spirituale, no, perché vivendo più poveramente libero del tempo che posso dedicare ad altre cose. E' solo una questione utilitaristica.

domenica 2 giugno 2013

Piegare la mente

Sebbene non sia una pratica ortodossa credo che l'esercizio mentale, specie in aree "difficili", sia costruttivo. Per esempio se una persona è dipendente dall'alcool certamente gli servirà tenersi lontano dalla bottiglia, e questo è piegare il corpo, ma andrebbe anche considerato cosa l'ha spinto a cercare la bottiglia, e questo è piegare la mente.

Una persona dipendente dal sesso, dalla pornografia o dalla prostituzione avrà certamente un'idea della donna da riconsiderare, ed allora non basta l'astinenza, anzi, a volte l'astinenza poi è solo un periodo di "carica" dopo il quale la dipendenza arriva più violenta e pervasiva.

Non serve a molto essere lontani fisicamente se, mentre si è lontani, non si lavora sui motivi, sui passaggi illogici che la mente usa per cadere in quei pattern autolesionistici.

Dico che non è ortodossa perché da un certo punto di vista spirituale non c'è nulla da piegare, in realtà la mente può anche desiderare un bicchiere o una donna a pagamento ma è la consapevolezza del desiderio a non metterlo in pratica. Ossia io osservo il desiderio ma non lo metto in pratica.

L'osservazione del desiderio gli toglie energia.

Questo è facile da dire, ma non tanto semplice da fare. E' possibile che all'inizio ci voglia proprio un periodo di volontà in cui la consapevolezza viene aiutata da una volontà di riuscire. Ma questo è possibile solo se si ha la certezza che quel pattern precedente ha causato danni... e questo è possibile solo se si è fatto un percorso di autoosservazione in cui si vede il danno che ha causato il seguire quel desiderio nel passato.


sabato 1 giugno 2013

... allora gioca.

Se tutto è veramente un gioco, allora gioca. Se, in pratica, tutta la verità si riassume nel concetto che in realtà non importa, perché la realtà non importa, allora veramente l'unica cosa importante è giocare.

Non si arriva però così ad un esistenzialismo edonista? Una specie di "terra di nessuno", senza legge, senza certezze. Da un certo punto di vista sì, ma questo è quello che avviene anche ora, solo che non lo vogliamo ammettere. E' come giocare a Monopoli dove le regole certamente ci sono ma è proprio questo che rende monopoli quel gioco. Altrimenti sarebbe un altro gioco. Giocare secondo le regole vuol dire semplicemente giocare secondo le regole di questo mondo sapendo che però non importa, perché la vera vita è altro, è indipendente dal contesto, dalle regole, da cosa realmente sto vivendo.

Lo stare male significa semplicemente dire: "Non mi piace questo gioco!", ma è un atteggiamento infantile, come il bimbo che se la prende con il dado perché l'ha mandato in prigione, o perché gli altri vincono sempre, ecc... perché il bimbo si immerge così tanto nel gioco che vede nel gioco una sua immagine, allora se perde sempre a carte sarà un perdente anche nella vita, ecc...

L'adulto normale non soffre se non riesce a vincere a Monopoli (almeno credo) ma può soffrire se apparentemente nel gioco della vita è quel che si dice un fallito, allora soffre, si dispera, dà la colpa alle regole del gioco, dice che sono troppo dure, che bisogna cambiarle, ed allora ecco i vari rivoluzionari, ecc...

Nulla di male, certo, l'importante è sapere che appunto si sta giocando.

Le metaregole, però, non si possono cambiare. La gravità sarà sempre quella, avremo sempre un sistema solare, ecc..., naturalmente l'uomo altera queste regole con la tecnologia, le invenzioni, ecc... ma anche questo fa parte del gioco.

Dove però realmente interviene la sofferenza in questo? Non basta dire che non si sa giocare, c'è dell'altro.

venerdì 31 maggio 2013

Ma se tutto è un gioco...

In una specie di scaletta dei dolori il dolore del rimpianto è quello forse più forte. Quando ci si rende conto di aver (per paura, malessere, inadempienza, inconsapevolezza, ecc...) rotto qualcosa di bello.

La distruzione porta con sé la certezza di aver forse qualcosa di veramente sbagliato dentro, come una specie di malattia: il re Mida che quando tocca diventa tutto oro, mentre qui è il contrario... una persona che quando tocca l'oro diventa piombo, sudiciume, svilimento.

Il rimpianto è però un'altra cosa pesante, anzi, la cosa più pesante di tutte. Il rimpianto è la sensazione appunto di aver il 100% di responsabilità in tutto quello che c'è attorno a noi.

E' il passo prima. Il 99esimo cancello prima della libertà, ma l'ultimo passo richiede un atto di Fede. E' il passo dell'autoperdono, del riso, del tutto è stato un gioco.

Alla fine, quando tutte le colpe sono state prese in carico, tutti i fascicoli riempiti di accuse, auto-accuse a dire il vero, quando tutto quanto è stato scritto, interpretato ecc... tutti questi fascicoli vanno bruciati. Non è stato reale, è stato tutto un sogno, si può ricominciare daccapo.

Tutta la colpa nostra non c'è, possiamo perdonarci. Questo è il passo gigante, perché o la gente tende a scaricare la responsabilità ad altri o tende a autocolpevolizzarsi troppo. Entrambe le cose sono sbagliate, anche se per diversi motivi (anche se poi in realtà non c'è nulla di sbagliato).

La guarigione non può avvenire se non si riesce a comprendere che, in fondo, è stato anche bello così, è stato un gioco bello... si va alla rete, ci si dà la mano.

giovedì 30 maggio 2013

Non resistere

Resistance is futile

Non è possibile resistere al dolore, o, meglio, la resistenza al dolore è altro dolore, dolore tra l'altro inutile, perché tanto è impossibile togliere il dolore, una volta che c'è. Resistance is futile.

Allora tanto vale usarlo a nostro vantaggio: il dolore è un po' come il wc net dell'anima, lo si può usare per togliere le vecchie incrostazioni, le convizioni sbagliate, i modi di fare non in linea con il nostro vero sé. Il dolore è un segnale: è il segnale che il mondo ha ragione (il mondo ha sempre ragione) e noi vogliamo combattere qualcosa del mondo.

La soluzione è lasciare quel qualcosa a cui siamo attaccati. Più il dolore è forte più la nostra convinzione è sbagliata, non in linea con quel che siamo. E quindi soffriamo indescrivibilmente. Ma in realtà è tutta una finzione, un segnale, ed anzi è una cosa positiva (se non resistiamo).

La guerra, igiene del mondo. Frase atroce se riferita al mondo, ma perfetta se riferita all'animo. Il dolore è in effetti l'igiene dell'anima. E' solo attraverso il dolore che si comprende ciò che siamo.

E' solo abbracciando il dolore, non resistendo, prendendolo tutto che può fare il suo corso, può agire all'interno. Quindi più c'è, meglio allora.

Vuol dire che la nostra anima è piena di ruggine, di incrostazioni. Ben venga, allora, un po' di igiene, più dolore, più igiene. L'importante è non resistere, ci sono sicuramente gli anestetici: droga, psicofarmaci, alcool, shopping (per le donne!, ma anche gli uomini ogni tanto...) ma perché anestetizzare qualcosa che serve?

Perché togliergli efficacia? Sentiamo dunque il dolore fino in fondo... e poi tireremo lo sciacquone, dopo, più puliti.


mercoledì 29 maggio 2013

Perdono che manca

Si parlava della ricerca interiore, ma è molto difficile, quasi impossibile umanamente, trovare la serenità in una situazione di palese ingiustizia. Come mettere d'accordo tutti i buoni propositi di ricerca interiore, di non vittimismo, di elevazione spirituale se si è in una situazione ingiusta?

Dicevamo della totale responsabilità, ma è anche vero che questa totale responsabilità sembra un prezzo estremamente grave, ma cosa è la gravità? Cosa è questo peso?

E' il perdono che manca.

Più la situazione è insostenibile, più è grave, più vuol dire che da qualche parte c'è appunto un grave, un peso che si vuole tenere sulle spalle. Un attaccamento, un rancore, una pretesa, una aspettativa.

Questo è il punto da togliere. Le catene sono sempre autoimposte, perché se la società, il coniuge, l'amico, l'amore della nostra vita, i figli, i genitori non ci perdonano noi possiamo sempre perdonare loro e noi stessi, malgrado tutto, tutto? tutto.

Più la situazione è grave più vuol dire che dobbiamo essere gentili con noi e con loro, acquisire del tutto la responsabilità e poi lasciarla.

Inspirare: inspiro la colpa.

Espirare: espiro, la lascio andare. Non è colpa mia. Non esiste colpa. C'è solo pace.

ORA c'è solo pace.

ORA questo peso non c'è.

ORA posso veramente perdonare me stesso ed andare avanti.

Quale è il prezzo? Rinunciare ad una casa? Dei figli? Una moglie? Un posto di lavoro? Una posizione sociale?

Quale è il prezzo?

Inspiro: questo prezzo è meno del respiro.

Espiro: perdono me stesso per aver fallito. Ma posso ancora vivere, ho ancora il respiro.

Il peso è andato.

martedì 28 maggio 2013

Togliere gli strati

Tolto tutto c'è il bello. Non importa quanta ruggine, quanto calcare, quante incrostazioni varie. Sotto c'è sempre l'anima lucente e, anzi, in realtà è sempre lucente, solo che non la vediamo.

La ruggine è solo nella percezione, non nell'anima. la religione mette in guardia contro i peccati, che sporcherebbero l'anima, in realtà il peccato è nel vedere l'altra persona sporca. Perché il vedere il peccato è ciò che poi fa soffrire. Vedere il peccato, infatti, significa che ci sentiamo in colpa per aver giudicato l'altro. Questo senso di colpa è ciò che mi fa sentire ancora più separato dal mondo e dalla grazia.

Ma qual è la soluzione? Solo una, togliere gli strati di errata percezione, prima di tutto in me e poi, be', in un certo senso nello stesso momento (con un po' di ritardo), nel mondo. Credo che alla fine la soluzione sia quella di rendersi conto di tutto quello di cui si può fare a meno. Si può fare a meno di tutto, anche della felicità.

Ed è in quello stesso istante che si arriva ad una felicità diversa, non più impermanente, ma che fiorisce in una parte di noi più alta, più serena, forse più nostra. Rinunciando alla felicità possessiva in realtà non è che si rinuncia a tutto, ma si nota come se ne può fare a meno. Si può fare a meno di tutto, anche dell'amore, non si è più alla disperata ricerca dell'anima gemella, della perfetta relazione, dell'amore dei figli o dell'approvazione del capo.

Siccome posso fare a meno, godo di tutto quello che ho, perché potrei viveve con niente, ed ho tutto... tutto quello che mi serve per vivere e godo di ogni piccola cosa che è oltre il semplice esserci, perché tutto è un dono.

lunedì 27 maggio 2013

Prima il dovere?

La Domanda principale (con la D maiuscola!) è sapere se il momento è quello giusto per interessarsi di queste cose. Si vedono sempre due tipi di persone cosiddette spirituali, ed entrambe hanno uno stigma negativo. Il primo è il cosiddetto "santone" nel senso eremita, povero, magari senza fissa dimora, l'homeless, l'emarginato dalla società, che vive di espedienti.
L'altro, al contrario, è il santone affarista, quello che viaggia in Ferrari, che tiene conferenze su come amare tutti e poi si fa pagare fior di quattrini per un'ora di consulenza su come aprire i tuoi chackra. Insomma, il ciarlatano.

Ma dove stiamo noi? La paura è che la via spirituale, siccome non può portare (se non per pochi fortunati (?)) il successo, allora è una via di rinuncia, di estraniamento dal mondo, di povertà, se non proprio di miseria.

Allora c'è il senso del dovere, del fare qualcosa per se stessi di concreto, prima il dovere, appunto, prima la famiglia, il lavoro, i figli, forse a queste cose ci si penserà in pensione, se si avrà tempo.

In realtà la questione è quella di risolvere sicuramente i problemi concreti. Vivere, avere un tetto, avere una discreta sicurezza economica che vuol dire essenzialmente avere un valore netto positivo (niente debiti) e un costante flusso di cassa, od anche variabile ma nel lungo periodo positivo.

Risolto questo tutto il resto è abbastanza libero, nel senso che la persona è libera di seguire i suoi propri scopi; c'è da dire che il mondo sembra proprio andare contro questa idea di indipendenza. Ma è solo un'impressione, in realtà c'è sempre una scelta.

Prima il dovere, dunque? Sì, se questo rende tranquilli, ma il dovere può anche essere meno di quello che si pensa. E' una scelta.

domenica 26 maggio 2013

La tac dell'anima

Il mondo esterno è dunque quello che ci siamo costruiti, pezzo per pezzo, montagna per montagna. Il mondo esterno è lo specchio più fedele di ciò che abbiamo dentro, la tac dell'anima, se così possiamo chiamarla.

Tutto ciò che vedo, sento, tocco ora, è un riflesso di qualcosa che ho pensato, di qualcosa che ho scelto (per la maggior parte inconsciamente) nel passato. Io sono veramente l'estremo Dio del mio destino. Questo però non è il pensiero megalomane di chi crede di potere tutto, ma anzi l'atteggiamento responsabile di chi non può accusare altri che se stesso di tutto quello che avviene attorno a lui.

E' il famoso Karma? Sì e no, il karma è una dottrina molto complessa che prevede anche retribuzioni da altre vite, con altre forme, fa intervenire anche centri di energia (i famosi chackra) ecc... il "karma" alla forma più semplice si può semplicemente ridurre al dire che non importano premi e punizioni, non si sta parlando di peccato, si sta parlando di realtà, e la realtà è tutta qui, in termini "ingegneristici" si può dire che l'universo non ha memoria, non c'è un libro mastro dei conti da pagare in sospeso.

La "memoria" dell'universo è l'universo stesso. Quello che vediamo è esattamente in pareggio, istante per istante, la nostra tac dell'anima, lo specchio perfetto. Se la nostra anima è in pace vedremo un universo pacifico, se la nostra anima è in lotta vedremo un universo che ci attacca. La risposta ad un riflesso è semplicemente quella di riconoscere che l'universo è passivo, solo uno specchio.

Il problema (se così possiamo dirlo) è che questo specchio ha una certa inerzia. Cambiare il nostro modo di pensare e di agire non dà un effetto immediato nel mondo esterno. In un certo senso questa è la memoria del mondo, la sua fisicità, dove comunque le velocità sono finite (sembrano) e le masse sono inerziali. In sostanza è un atto di fede, come sempre. Credere che tutto ciò che vediamo sia creato da noi e che solo noi possiamo cambiarlo è l'estremo atto di fede, perché... perché non ci conosciamo interamente. Ed è qui il senso del dire: "Sia fatta la Tua volontà". Perché semplicemente ci rendiamo conto che fare la nostra ha combinato questo pasticcio nel quale viviamo.

sabato 25 maggio 2013

Volontà ed ostacoli

La volontà è quella che muove le montagne, si dice; in realtà le montagne non si muovono perché c'è la volontà, ma semplicemente perché non ci sono montagne. Gli ostacoli ci sono, certo, ma sono anche lì come presenza neutra, non ostacolante.

La vita è una corsa ad ostacoli in cui gli ostacoli sono per la maggior parte (forse tutti) messi da noi stessi; la guarigione è più che altro il vedere come siamo stati sciocchi a credere che il nostro viaggio fosse così complicato, il vedere quanti ostacoli ci siamo messi nel cammino, per cosa, poi?

Non sapere questo e poi andare avanti è possibile, certo, ognuno, come detto, ha la piena responsabilità di quel che vive... se uno vuole vivere la vita con un ostacolo dietro un altro, con un senso di esclusione dal mondo, di guerra, di contrapposizione è libero di farlo, non c'è nessuno che glielo impedisce.

Però poi ne prende le conseguenze, forse è un suo cammino, forse troverà un ostacolo più grande avanti a sé che lo farà rinsavire o semplicemente andrà avanti fino ad un crepuscolo del Dio che ha voluto impersonare.

Da resistere a permettere. Questo è il cambio di percezione necessario affinché la volontà sia libera di esprimersi. Permettere tutto quello che avviene. Bring them in! insomma. Perché comunque ci sarà sicuramente un po' di inerzia. Se uno ha vissuto per 30 anni da addormentato per un po' di tempo il mondo gli presenterà il conto, ma, pian piano, gli effetti dovrebbero diradarsi nel tempo.

venerdì 24 maggio 2013

Respons-abilità

Essere responsabili di quello che abbiamo di fronte significa poter rispondere di quello che c'è non con la giustificazione della vittima ma con il coraggio (?) di dire: me la sono cercata.

Qualunque cosa, qualunque situazione, anche la più assurda, anche la più strana, dipendente da circostanze casuali, anche la più lontana da quello che pensiamo essere dipendente da noi la interiorizziamo, anche solo come esercizio mentale e diciamo: "OK, fino a qui, fino ad ora, ho scherzato un po', ho pasticciato, ho fatto le cose senza pensare e mi ritrovo in questo caos. Raccolgo i cocci e vedo di andare avanti".

Questa è dunque la vera responsabilità al 100%; accettare il momento presente come somma di tutte le nostre azioni dalla prima all'ultima. In un certo senso la prima, quella di essere venuti al mondo, rimane come esterna a noi, questo sembra logico, ma da un altro punto di vista si può anche dire che l'esserci ora ha niente a che vedere con quell'atto di 20-30-40 o più anni fa.

Sono scorrelati. Adesso è adesso, adesso ci siamo. Potremmo anche essere stati risvegliati da un sonno ibernato, come passeggeri di un'astronave da cinque minuti, dopo un sonno di millenni, eppure la sensazione di esserci sarebbe esattamente la stessa.

Il fatto di essere al mondo non è una scusa, insomma, per fare la vittima del mondo che non vogliamo. O, meglio, del mondo a cui chiediamo, come se già il fatto di esserci non fosse già il dono. Il più grande, anche perché è l'unico. Ed è di questo dono che noi siamo responsabili. Malgrado tutte le circostanze, anche perché, ma qui è appunto il cammino, le circostanze sono ciò che noi abbiamo manifestato.



giovedì 23 maggio 2013

Sono qui

Il pensiero di essere qui in questo momento in questo luogo è il primo passo per riconoscere che la vita ci sta aiutando. Prima ancora del cogito, ergo sum, c'è la sensazione di esserci che è precedente al pensiero.

Gli inglesi la chiamano "awareness", in italiano si può tradurre con autocoscienza, senso di presenza. Insomma, il senso di essere qualcosa, che ci sia qualcosa anche attorno a noi. E questo sentimento è antecedente a tutto, al dolore, alla gioia, al senso di solitudine o alla paura della morte. E' inattaccabile ed è sempre qui, in ogni respiro.

E' quello che i meditatori cercano di dividere dall'attività della mente durante la meditazione, ma, anche senza meditare, sedersi per mezz'ora nella posizione del loto contando i respiri, anche in un attimo senza tempo, si può sentire questo senso di esserci, che, comunque vadano le cose, questo senso non ci può essere tolto (se non dalla morte... ma poi... sarà veramente così? E comunque se nessuno ci uccide volontariamente questa eventualità è abbastanza remota).

Questo senso di esserci è la guarigione, perché questo senso non può essere malato. Se arrivo a quel punto, a sapere di essere anche senza la mia storia, quel che sono, come sono arrivato a questo punto, quali sono i miei problemi, i problemi della mia dolce metà, della famiglia, dell'intero genere umano... se arrivo a questo centro senza luogo dell'esserci... ecco che non esiste più malattia, perché l'essere è. Punto e basta.

Paul Hedderman lo chiama l'optionless state. Ed è veramente uno stato senza scelta, senza speranza. Perché nessuno mi ha chiesto se volevo esserci. Ci sono. Sono qui, non posso scegliere, se non in modo radicale suicidandomi io continuo ad esserci, vivere respiro dopo respiro. Sono qui.