martedì 4 giugno 2013

Sofferenza e dolore


C'è una differenza fra la sofferenza emotiva ed il dolore fisico? Sebbene quando stiamo male emotivamente sembra che anche il corpo ne risenta (si dice anche "mi spezzi il cuore"), sono due tipi di sofferenza diversi.

Io credo che la differenza sia semplicemente che nel dolore fisico noi troviamo un rimedio: ti fa male la testa, tenti di fartelo passare, ti fanno male i denti cerchi un dentista, ecc... 

La sofferenza, invece, sembra "infinita", ossia una persona può per scelta continuare a soffrire tutta la vita, il corpo, apparentemente, sopporta.  Un cuore infranto può rimanere infranto per molto tempo. Se un lutto non lo si elabora rimane attivo per anni. Sebbene sia quindi possibile soffrire sempre... sarebbe meglio chiedersi perché lo si fa. 

A questo punto di solito la persona che soffre mi dice: "Io non scelgo di soffrire, io soffro e basta". La risposta è semplice, ma proprio perché semplice può nascondere dei meccanismi di difesa. Ossia... c'è la possibilità che una persona si "glori" della propria sofferenza e la elevi quasi a record personale, come per dire: "ecco, io sono campione ALMENO nella sofferenza".

Sono stato un fallito in tutto, ma almeno nel soffrire nessuno mi batte.

Ecco, nel prendere un po' in giro la sofferenza ecco che tutto si ridimensiona. Di nuovo il pensiero del gioco, del prenderla un po' sul ridere: d'accordo, hai sofferto molto pazienza, riproverai.

lunedì 3 giugno 2013

Povertà e rinunce

Un tipo di cammino spirituale ha sempre cercato di vedere nelle cose materiali degli ostacoli per l'apprendimento. Si dà importanza alla povertà perché sembra che la povertà dia migliori garanzie, come se Dio amasse più i poveri. La famosa battuta del cammello che deve passare per la cruna dell'ago...

Già, ma questo cosa significa? In realtà la ricchezza, come le altre cose di questo mondo è neutrale. Sono i pensieri che si hanno rispetto alla ricchezza che possono in qualche modo generare una accelerazione o un rallentamento nella guarigione.

Forse l'approccio più pratico è quello di considerare prima di tutto la necessità di sostenersi e di non avere debiti o comunque di mettersi in condizione di poterli ripagare. Non è pensabile guarire, meditare, dedicarsi a cose elevate con un mutuo da pagare o altre preoccupazioni materiali.

E' qui che interviene forse il concetto di povertà, nel senso che è più facile guadagnare poco che guadagnare molto, e a parte casi particolari il guadagno è proporzionale al tempo che uno dedica al lavoro... quindi per avere più tempo per cose "spirituali" uno deve lavorare di meno, lavorando di meno deve vivere con meno... ecco che quindi la povertà non è una condizione necessaria, ma la sobrietà sì.

Perché grazie alla frugalità uno può avere più energie per dedicarsi ad altro. Resta il problema che questa sobrietà può avere un valore etico che invece è del tutto assente in un atteggiamento pratico.

Non è che divento povero perché è più spirituale, no, perché vivendo più poveramente libero del tempo che posso dedicare ad altre cose. E' solo una questione utilitaristica.

domenica 2 giugno 2013

Piegare la mente

Sebbene non sia una pratica ortodossa credo che l'esercizio mentale, specie in aree "difficili", sia costruttivo. Per esempio se una persona è dipendente dall'alcool certamente gli servirà tenersi lontano dalla bottiglia, e questo è piegare il corpo, ma andrebbe anche considerato cosa l'ha spinto a cercare la bottiglia, e questo è piegare la mente.

Una persona dipendente dal sesso, dalla pornografia o dalla prostituzione avrà certamente un'idea della donna da riconsiderare, ed allora non basta l'astinenza, anzi, a volte l'astinenza poi è solo un periodo di "carica" dopo il quale la dipendenza arriva più violenta e pervasiva.

Non serve a molto essere lontani fisicamente se, mentre si è lontani, non si lavora sui motivi, sui passaggi illogici che la mente usa per cadere in quei pattern autolesionistici.

Dico che non è ortodossa perché da un certo punto di vista spirituale non c'è nulla da piegare, in realtà la mente può anche desiderare un bicchiere o una donna a pagamento ma è la consapevolezza del desiderio a non metterlo in pratica. Ossia io osservo il desiderio ma non lo metto in pratica.

L'osservazione del desiderio gli toglie energia.

Questo è facile da dire, ma non tanto semplice da fare. E' possibile che all'inizio ci voglia proprio un periodo di volontà in cui la consapevolezza viene aiutata da una volontà di riuscire. Ma questo è possibile solo se si ha la certezza che quel pattern precedente ha causato danni... e questo è possibile solo se si è fatto un percorso di autoosservazione in cui si vede il danno che ha causato il seguire quel desiderio nel passato.


sabato 1 giugno 2013

... allora gioca.

Se tutto è veramente un gioco, allora gioca. Se, in pratica, tutta la verità si riassume nel concetto che in realtà non importa, perché la realtà non importa, allora veramente l'unica cosa importante è giocare.

Non si arriva però così ad un esistenzialismo edonista? Una specie di "terra di nessuno", senza legge, senza certezze. Da un certo punto di vista sì, ma questo è quello che avviene anche ora, solo che non lo vogliamo ammettere. E' come giocare a Monopoli dove le regole certamente ci sono ma è proprio questo che rende monopoli quel gioco. Altrimenti sarebbe un altro gioco. Giocare secondo le regole vuol dire semplicemente giocare secondo le regole di questo mondo sapendo che però non importa, perché la vera vita è altro, è indipendente dal contesto, dalle regole, da cosa realmente sto vivendo.

Lo stare male significa semplicemente dire: "Non mi piace questo gioco!", ma è un atteggiamento infantile, come il bimbo che se la prende con il dado perché l'ha mandato in prigione, o perché gli altri vincono sempre, ecc... perché il bimbo si immerge così tanto nel gioco che vede nel gioco una sua immagine, allora se perde sempre a carte sarà un perdente anche nella vita, ecc...

L'adulto normale non soffre se non riesce a vincere a Monopoli (almeno credo) ma può soffrire se apparentemente nel gioco della vita è quel che si dice un fallito, allora soffre, si dispera, dà la colpa alle regole del gioco, dice che sono troppo dure, che bisogna cambiarle, ed allora ecco i vari rivoluzionari, ecc...

Nulla di male, certo, l'importante è sapere che appunto si sta giocando.

Le metaregole, però, non si possono cambiare. La gravità sarà sempre quella, avremo sempre un sistema solare, ecc..., naturalmente l'uomo altera queste regole con la tecnologia, le invenzioni, ecc... ma anche questo fa parte del gioco.

Dove però realmente interviene la sofferenza in questo? Non basta dire che non si sa giocare, c'è dell'altro.

venerdì 31 maggio 2013

Ma se tutto è un gioco...

In una specie di scaletta dei dolori il dolore del rimpianto è quello forse più forte. Quando ci si rende conto di aver (per paura, malessere, inadempienza, inconsapevolezza, ecc...) rotto qualcosa di bello.

La distruzione porta con sé la certezza di aver forse qualcosa di veramente sbagliato dentro, come una specie di malattia: il re Mida che quando tocca diventa tutto oro, mentre qui è il contrario... una persona che quando tocca l'oro diventa piombo, sudiciume, svilimento.

Il rimpianto è però un'altra cosa pesante, anzi, la cosa più pesante di tutte. Il rimpianto è la sensazione appunto di aver il 100% di responsabilità in tutto quello che c'è attorno a noi.

E' il passo prima. Il 99esimo cancello prima della libertà, ma l'ultimo passo richiede un atto di Fede. E' il passo dell'autoperdono, del riso, del tutto è stato un gioco.

Alla fine, quando tutte le colpe sono state prese in carico, tutti i fascicoli riempiti di accuse, auto-accuse a dire il vero, quando tutto quanto è stato scritto, interpretato ecc... tutti questi fascicoli vanno bruciati. Non è stato reale, è stato tutto un sogno, si può ricominciare daccapo.

Tutta la colpa nostra non c'è, possiamo perdonarci. Questo è il passo gigante, perché o la gente tende a scaricare la responsabilità ad altri o tende a autocolpevolizzarsi troppo. Entrambe le cose sono sbagliate, anche se per diversi motivi (anche se poi in realtà non c'è nulla di sbagliato).

La guarigione non può avvenire se non si riesce a comprendere che, in fondo, è stato anche bello così, è stato un gioco bello... si va alla rete, ci si dà la mano.

giovedì 30 maggio 2013

Non resistere

Resistance is futile

Non è possibile resistere al dolore, o, meglio, la resistenza al dolore è altro dolore, dolore tra l'altro inutile, perché tanto è impossibile togliere il dolore, una volta che c'è. Resistance is futile.

Allora tanto vale usarlo a nostro vantaggio: il dolore è un po' come il wc net dell'anima, lo si può usare per togliere le vecchie incrostazioni, le convizioni sbagliate, i modi di fare non in linea con il nostro vero sé. Il dolore è un segnale: è il segnale che il mondo ha ragione (il mondo ha sempre ragione) e noi vogliamo combattere qualcosa del mondo.

La soluzione è lasciare quel qualcosa a cui siamo attaccati. Più il dolore è forte più la nostra convinzione è sbagliata, non in linea con quel che siamo. E quindi soffriamo indescrivibilmente. Ma in realtà è tutta una finzione, un segnale, ed anzi è una cosa positiva (se non resistiamo).

La guerra, igiene del mondo. Frase atroce se riferita al mondo, ma perfetta se riferita all'animo. Il dolore è in effetti l'igiene dell'anima. E' solo attraverso il dolore che si comprende ciò che siamo.

E' solo abbracciando il dolore, non resistendo, prendendolo tutto che può fare il suo corso, può agire all'interno. Quindi più c'è, meglio allora.

Vuol dire che la nostra anima è piena di ruggine, di incrostazioni. Ben venga, allora, un po' di igiene, più dolore, più igiene. L'importante è non resistere, ci sono sicuramente gli anestetici: droga, psicofarmaci, alcool, shopping (per le donne!, ma anche gli uomini ogni tanto...) ma perché anestetizzare qualcosa che serve?

Perché togliergli efficacia? Sentiamo dunque il dolore fino in fondo... e poi tireremo lo sciacquone, dopo, più puliti.


mercoledì 29 maggio 2013

Perdono che manca

Si parlava della ricerca interiore, ma è molto difficile, quasi impossibile umanamente, trovare la serenità in una situazione di palese ingiustizia. Come mettere d'accordo tutti i buoni propositi di ricerca interiore, di non vittimismo, di elevazione spirituale se si è in una situazione ingiusta?

Dicevamo della totale responsabilità, ma è anche vero che questa totale responsabilità sembra un prezzo estremamente grave, ma cosa è la gravità? Cosa è questo peso?

E' il perdono che manca.

Più la situazione è insostenibile, più è grave, più vuol dire che da qualche parte c'è appunto un grave, un peso che si vuole tenere sulle spalle. Un attaccamento, un rancore, una pretesa, una aspettativa.

Questo è il punto da togliere. Le catene sono sempre autoimposte, perché se la società, il coniuge, l'amico, l'amore della nostra vita, i figli, i genitori non ci perdonano noi possiamo sempre perdonare loro e noi stessi, malgrado tutto, tutto? tutto.

Più la situazione è grave più vuol dire che dobbiamo essere gentili con noi e con loro, acquisire del tutto la responsabilità e poi lasciarla.

Inspirare: inspiro la colpa.

Espirare: espiro, la lascio andare. Non è colpa mia. Non esiste colpa. C'è solo pace.

ORA c'è solo pace.

ORA questo peso non c'è.

ORA posso veramente perdonare me stesso ed andare avanti.

Quale è il prezzo? Rinunciare ad una casa? Dei figli? Una moglie? Un posto di lavoro? Una posizione sociale?

Quale è il prezzo?

Inspiro: questo prezzo è meno del respiro.

Espiro: perdono me stesso per aver fallito. Ma posso ancora vivere, ho ancora il respiro.

Il peso è andato.